Articoli/seriamente/Il colore della terra

Il colore della terra
Discorso del subcomandante Marcos, tenuto a San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, sabato 24 febbraio.

Compagni e compagne, basi d'appoggio, miliziani e insorti dell'Ezln, fratelli della società civile nazionale e internazionale:
attraverso la mia voce parla la voce dell'Esercito zapatista di liberazione nazionale.

Raccontano i nostri vecchi più vecchi che i primi di queste terre videro che i dzules, i potenti, vennero ad insegnarci la paura, vennero a far appassire i fiori e, affinché il fiore del potere potesse vivere, sciuparono il nostro fiore. Dicono i nostri più antichi che è marcia, la vita dei potenti, che il cuore dei loro fiori è morto, che lo strappano fino a romperlo, che distruggono e svuotano i fiori degli altri.
Raccontano e dicono i nostri predecessori che il primo fiore di queste terre, della terra prese il colore per non morire, che, piccolo, resistette e che nel suo cuore conservò il seme affinché, con il cuore come terra, un altro mondo nascesse.
Non il mondo più antico, non il mondo che il potente faceva marcire. Un altro mondo. Uno nuovo. Uno buono.
"Dignità" è il nome di quel primo fiore e deve molto camminare perché il seme incontri il cuore di tutti e, nella gran terra di tutti i colori, nasca finalmente quel mondo che tutti chiamano "domani".
Oggi la dignità sta in chi prende, con le nostre mani, questa bandiera. Finora non c'è un posto in lei per noi, noi che siamo il colore della terra. Finora abbiamo aspettato che quegli altri che sotto di lei si proteggono accettassero che fosse pure nostra la storia che la fa ondeggiare.
Noi indigeni messicani siamo indigeni e siamo messicani.
Vogliamo essere indigeni e vogliamo essere messicani.
Però il signore dalla lunga lingua e dallo scarso udito, colui che governa, ci offre menzogne e non la bandiera. La nostra è la marcia della dignità indigena. La marcia di noi che siamo del colore della terra e la marcia di tutti quelli che sono di tutti i colori del cuore della terra.
Sette anni fa la dignità indigena chiese a questa bandiera di avere un posto dentro di lei. Con il fuoco parlò allora il colore che siamo della terra. Con menzogne e fuoco rispose il dzul, il potente, che del denaro ha il colore che appesta la terra. Però allora altre volte venimmo ed ascoltammo altri colori. Questi altri non colpivano il giorno, non cozzavano con la notte, non avevano la gola contorta, né svogliata la bocca che parla la parola. Fratelli son quelli che con i loro colori ci affratellano. Con loro, con i fratelli colori, cammina oggi il colore della terra. Con dignità cammina e cerca con dignità il suo posto nella bandiera.
Hanno il loro governo i potenti, però i loro re sono falsi. Hanno la gola contorta e svogliata la bocca di chi comanda ed ordina. Non c'è verità nella parola dei dzules, dei potenti.
Oggi camminiamo perché questa bandiera messicana accetti d'essere nostra e
invece ci offrono il drappo del dolore e della miseria. Oggi camminiamo per un buon governo e ci offrono la discordia. Oggi camminiamo per la giustizia e ci offrono elemosina. Oggi camminiamo per la libertà e ci offrono la schiavitù dei debiti. Oggi camminiamo per la fine della morte e ci offrono una pace di menzogne
assordanti. Oggi camminiamo per la vita. Oggi camminiamo per la giustizia. Oggi camminiamo per la libertà. Oggi camminiamo per la democrazia. Oggi marciamo per questa bandiera.
Non basta la nostra sola voce ad aprire le orecchie del signore dalla lunga
lingua e dallo scarso udito, di colui che governa. Non bastano le molte voci che camminano perché taccia e ascolti colui che con molto rumore regna. Tutti i passi sono necessari, sono necessarie tutte le voci. Con tutti, è questo che vogliamo: un posto in questa bandiera. Ha nome questo nostro passo, ha parola la voce che ci parla: questa è la marcia della dignità indigena, la marcia del colore della terra.
Compagni e compagne dell'Ezln:
per sette anni abbiamo resistito ad attacchi di tutti i tipi. Ci hanno attaccato con bombe e proiettili, con torture e carcere, con menzogna e calunnie, con disprezzo e oblio. Però siamo qui.
Siamo la dignidad rebelde.
Siamo il cuore dimenticato della patria. Siamo la memoria più antica. Siamo il nero sangue che fra le montagne illumina la nostra storia. Siamo coloro che lottano e vivono e muoiono. Siamo coloro che parlano così: "Tutto per tutti, niente per noi". Siamo gli zapatisti, i più piccoli di queste terre.
Salutiamo i popoli indigeni che ci comandano e proteggono. Salute al loro saggio sapere ed alla loro intelligenza. Salutiamo i nostri e le nostre combattenti insurgentes, che oggi fra le montagne vegliano perché nulla di male succeda a quelli che oggi sono una luce momentanea.
Salutiamo tutti gli zapatisti che oggi parlano attraverso la nostra voce e vanno col nostro passo. Salutiamo gli zapatisti, i più piccoli di queste terre. Come i nostri predecessosi resistettero alle guerre di conquista e di sterminio, noi abbiamo resistito alle guerre dell'oblio. La nostra resistenza non è terminata, però non è più sola. Ci accompagnano ora i cuori di milioni, nel Messico e nei cinque continenti.
Con loro va insieme il nostro passo. Con loro andremo alla capitale della nazione che sulle nostre spalle si innalza e ci disprezza. Con loro andremo. Con loro e con questa bandiera.
Compagni e compagne:
il signor Vicente Fox vuole dare un nome a questo passo con cui oggi andiamo. "E' la marcia della pace", dice, e tiene i nostri fratelli detenuti per il reato peggiore del mondo moderno: la dignità. "E' la marcia della pace" dice, e tiene il suo esercito ad occupare le case di Guadalupe Tepeyac, mentre centinaia di bambini, donne, anziani ed uomini guadalupani restano fra le montagne, resistono con dignità. "E' la marcia della pace", dice, e cerca di convertire in merce la nostra storia. "E' la marcia della pace", dice, e quelli a lui vicino sottovoce aggiungono: "Di menzogne". Questo dice. Però i nostri passi parlano un'altra parola ed è quella vera: questa è la marcia della dignità indigena, la marcia del colore della terra.
Fratelli e sorelle:
Oggi, 24 febbraio 2001, giorno della bandiera del Messico, noi zapatisti iniziamo questa marcia, la marcia della dignità indigena, la marcia del colore della terra.
Non è solo il nostro passo. Con noi vanno i passi di tutti i popoli indigeni e i passi di tutti gli uomini, le donne, i bambini e gli anziani che nel mondo sanno che nel mondo ci stanno tutti i colori della terra.
Noi indigeni messicani abbiamo colorato questa bandiera. Con il nostro sangue le abbiamo dato il rosso che la adorna. Con il nostro lavoro mietiamo il frutto che il verde dipinge. Con la nostra nobiltà facciamo bianco il suo centro. Con la nostra storia abbiamo disegnato l'aquila che divora il serpente perché Messico si chiamassero il dolore e la speranza che siamo. Noi abbiamo fatto questa bandiera e, di certo, non abbiamo un posto in essa. Oggi chiediamo a quelli che in alto sono potere e governo: chi è che ci nega il diritto a che questa bandiera sia finalmente nostra? Chi è che brilla per non ricordarsi e dimentica che, essendo come siamo il colore della terra, che abbiamo dato colore e scudo a questa nostra bandiera?
Da quasi duecento anni cammina questa terra chiamandosi nazione e patria e casa e storia. Da quasi duecento anni va avanti mietendo il nostro sangue e dolore, la nostra miseria, affinché Messico sia patria e non una vergogna. Da quasi duecento anni continuiamo a stare fuori dalla casa che dal basso abbiamo costruito, che abbiamo liberato, dove viviamo e moriamo, noi che siamo il colore della terra.
Adesso basta, ¡ya basta!, dice e ripete la voce più antica, noi indigeni che siamo il colore della terra. Vogliamo un posto. Abbiamo bisogno di un posto. Ci meritiamo un posto, noi che siamo il colore della terra. Un posto degno per essere quello che siamo noi, il color della terra. Per non essere più l'angolo dell'oblio. Per non essere più oggetto di disprezzo. Per non essere più motivo di schifo. Per non essere più la nera mano che riceve elemosina e lava coscienze. Per non essere più la vergogna del colore. Per non essere più la pena della lingua. Per non essere più l'umiliazione o la morte per sentenza. Perciò questa è la marcia della dignità indigena, la marcia del colore della terra.
E comincia questa marcia oggi che la luna è nuova, affinché la terra mieta alla fine la giustizia per quelli che sono il colore della terra. E comincia oggi una marcia che non è solo nostra, ma di tutti quelli che sono il colore della terra. E comincia oggi il terremoto più grande e primordiale, la memoria di colui che ci ha fatto nazione, ci ha dato la libertà e ci ha dato la grandezza. Comincia la marcia della dignità indigena, la marcia del colore della terra.
Con quelli che sono il colore della terra, altri colori lontani stanno attenti a ciò che oggi comincia: la possibilità che l'altro possa esserlo senza vergogna. Che il diverso sia uguale nella dignità e nella speranza. Che il mondo sia in fine un posto di tutti e non la proprietà privata di coloro che hanno del denaro il colore e lo sporco.
Un mondo con il colore dell'umanità.
Fratelli e sorelle:
coloro che sono governo si sforzano oggi di fare di questa marcia la marcia della pace bugiarda. Non sono soli nella menzogna, coloro che governano. Con loro vanno i passi di coloro che vogliono morto il nostro passo e morto per sempre il colore della terra. Con loro vanno coloro che non ammettono nel mondo un altro colore che non sia il colore del denaro e della sua miseria.
Molto grida e gesticola chi è governo, il suo fiato sa di menzogna e vuole che facciamo nostra la paura che insegna. Ci vogliono far del male e sottrarre la nostra forza. Però sarà inutile. Con tutti i colori, il fiore che siamo del colore della terra, avrà un domani perché avrà la bandiera. Con lei e per lei, noi popoli indigeni avremo finalmente...
Democrazia!
Libertà!
Giustizia!

Dalle montagne del sudest messicano
Comitato clandestino rivoluzionario indigeno - Comando generale dell'Esercito zapatista di liberazione nazionale
Messico, 24 febbraio 2001, giorno della bandiera

(tradotto dal Comitato Chiapas di Torino)

"Marcos scomparirà"
Intervista del subcomandante Marcos a Ignacio Ramonet

Questa intervista, comparsa su Le Monde lunedì 26 febbraio, è parte di un testo molto più lungo, ed elaborato diversamente, che Ignacio Ramonet, direttore di Le Monde diplomatique, pubblicherà sul suo mensile, in edicola in Francia ai primi di marzo e, in Italia (con il manifesto) a metà mese.

Ignacio Ramonet
Tutto comincia con una lettera del subcomandante Marcos, che ricevo a Parigi, nella quale egli mi annuncia la marcia dei dirigenti zapatisti su Città del Messico, dal 25 febbraio all'11 marzo, e mi dice allo stesso tempo: "Dato che lei ha seguito da vicino i principali avvenimenti di questi tempi globalizzati, la sua visione ampia e le sue profonde conoscenze della 'macchina' neoliberista sapranno riconoscere il desiderio di giustizia che alimenta la nostra causa". E mi invita ad accompagnarlo in questa marcia. Impegni precedenti in quelle stesse date, che non posso evitare, mi impediscono di accettare il suo invito. Ma mi sento molto frustrato. La marcia degli zapatisti verso Città del Messico è, come dice Carlos Monsiváis, "una idea geniale", che ha sconcertato tutta la classe politica messicana, la quale non si è ancora ripresa dallo choc del 2 luglio 2000, quando, dopo settant'anni di potere, il Partito rivoluzionario istituzionale (Pri) ha perduto le elezioni presidenziali. Lo stesso Fidel Castro, un maestro della comunicazione politica, che non si era mai espresso pubblicamente a proposito degli zapatisti, ha ammesso che con questa idea della marcia "Marcos dà una lezione di buon uso del simbolismo politico". Rispondo a Marcos che non posso seguire la marcia, ma che mi piacerebbe andarlo a trovare nella sua base nella selva Lacandona, perché mi spieghi l'obiettivo di questa marcia e i suoi progetti per il futuro. Marcos accetta. E dopo un viaggio spossante e sette ore di strada bianca di montagna, raggiungo infine La Realidad, il simpatico villaggio nel cuore della piovosa selva Lacandona, vicino alla quale si trova il quartier generale clandestino di Marcos. Il quale mi riceve con puntualità, accompagnato dal comandante Tacho e dal maggiore Moisés. Ha letto i miei libri, e io ho letto tutti i suoi scritti (oltre a diversi libri su di lui, in particolare "Marcos, el senor de los espejos", di Manuel Vázquez Montalbán), così cominciamo a conversare come vecchi amici.

Pensi sia stato lo zapatismo a sconfiggere il Pri, il 2 luglio 2000?
Noi abbiamo indiscutibilmente fatto parte delle forze che hanno sconfitto il Pri. Come a livello mondiale, noi ci vediamo come un sintomo, a livello messicano, c'erano una serie di forze che resistevano al Pri, più o meno combattive, e una di esse è l'Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln). Ma, fondamentalmente, che hi vinto sul Pri è stata la società non organizzata. Questa società indefinita, non organizzata, approfitta di una apertura (le elezioni del 2 luglio 2000) e, opponendosi a una grande campagna di corruzione lanciata dal governo Zedillo e dal Pri per conquistare ancora una volta la presidenza, decide di dire: no! Resta da sapere che cosa diceva esattamente questa società. La risposta a questa domanda resta aperta. Il "no" non significa probabilmente un avallo alla destra, né al Pan (Partito di azione nazionale), né a Fox (Vicente Fox, presidente della repubblica, membro del Pan).

Il paese è ancora sotto lo choc della sconfitta storica del Pri. In che misura questo momento molto particolare permette all'Ezln di lanciare nuove iniziative politiche, come la marcia dei "comandanti" zapatisti su Città del Messico?
Il paese vuole costruire, a partire dalla caduta del Pri, qualcosa di nuovo. E noi pensiamo per parte nostra che in questo momento, insieme alla società, i popoli indigeni che noi siamo possono costruirsi uno spazio. Senza voler dare una collocazione egemonica a questo progetto nuovo per il paese, ma senza nemmeno accettare che la storia si ripeta e che noi restiamo indietro, alla coda. Noi siamo fieri di esserci ribellati. Non solo contro un sistema ingiusto, ma anche contro un sistema che ci assegna il ruolo di mendicanti e che ci tende la mano solo per darci l'elemosina. Noi pensiamo sia il momento di costruirci una collocazione degna e di contribuire, nella nostra qualità di popoli indigeni, alla costruzione di uno Stato nazionale in Messico più giusto e più solidale. In questo progetto, non vi è alcuna ragione per la quale il nostro posto debba essere l'ultimo. Noi non vogliamo essere di nuovo l'ultima ruota della vettura o l'ultimo vagone del treno, ma una parte degna in questa geografia di ricostruzione. Nella globalizzazione attuale, si assiste alla ripartizione del mondo e le minoranze indocili si vedono assegnare degli angoletti. Ma, sorpresa, il mondo è rotondo! E una delle caratteristiche della rotondità è che non ha angoli. Noi vogliamo che non ci siano più angoli per sbarazzarsi degli indigeni, delle persone che disturbano, per metterle in un angolo come si mettono i rifiuti in un angolo affinché nessuno li veda.

Uscire, per la prima volta dal 1994, dalla selva Lacandona, dal Chiapas, e marciare su Città del Messico, rappresenta la fine di un ciclo per lo zapatismo. Qualcuno pensa che questa marcia sia un'idea geniale, altri pensano che tu e gli altri comandanti correte un rischio mortale. Come è stata presa la decisione di organizzare una tale marcia?
La marcia è una follia. Ma noi pensiamo che, dopo il 2 luglio, ci sia un altro paese, un altro Messico. E noi non possiamo mantenere la stessa attitudine di prima. Il paese è in pieno dibattito. Noi abbiamo analizzato i risultati delle elezioni, e queste rivelano che la società messicana è più politicizzata, meglio informata e più desiderosa di partecipare alla politica. Noi crediamo fondamentalmente che tutta la società messicana, come la società internazionale, sia convinta che la situazione attuale dei popoli indigeni è insostenibile e che bisogna porvi rimedio. Di conseguenza, noi ci troviamo in un momento in cui convergono molte situazioni che rendono possibili che questo debito, che la nazione messicana ha verso gli indigeni, sia saldato. E comprendendo che la nazione messicana è formata da popoli differenti, contrariamente a quel che hanno affermato tutti i governi federali fin da Juarez, secondo i quali si tratta di una nazione fondamentalmente meticcia. No. E' una nazione formata da differenti popoli.

Per il momento, tutti quanti sembrano sostenere questa marcia. Fino al presidente Fox, che ha chiamato "la nazione intera" ad appoggiarla. Come credi reagirà, la società, al passaggio della carovana zapatista?
La società risponderà. Essa comprende che gli indigeni lottano per occupare il loro posto. Noi non vogliamo più essere degli spettatori, o che qualcuno risolva il nostro problema per noi. E' il momento. La marcia, oltre a risolvere il problema dei popoli indigeni, apre le porte all'Ezln; agli zapatisti, ai guerriglieri armati e incappucciati, dà loro la possibilità di fare della politica senza "glamour" o senza il muro dei passamontagna e delle armi. Per noi, finché restiamo così e qui, il progetto politico ha questa limitazione. Mentre noi vogliamo qualcosa che ci proietti oltre, e non qualcosa che ci limiti. Ed è per questo che osserviamo anche che non tutti sostengono questa marcia. Noi vediamo la reazione della destra messicana o dei grandi settori del denaro a Città del Messico alla nostra uscita. Essi dicono: "Noi non sapremo che farcene di loro quando saranno usciti alla luce e quando faranno della politica. Il problema non è il passamontagna, il problema è che noi non vogliamo che escano alla luce. Noi non vogliamo che si arrivi a un accordo di pace. OK, che compaiano nei media, che tengano le loro conferenze stampa, che li si intervisti, che si formino carovane di aiuti, ma bisogna che non vengano a Messico a far politica, perché il loro progetto disturba il nostro gioco. Noi non vogliamo degli zapatisti che fanno politica alla luce del sole. Noi non vogliamo la pace. D'accordo, è molto costoso eliminarli militarmente, ma noi possiamo sempre scommettere sulla lunga distanza, si spegneranno politicamente.

Il tuo rapporto con la violenza è singolare. Tu incarni in un certo modo l'antiterrorismo. Lo zapatismo è un movimento armato, ma non ha mai fatto un attentato. Tanto meno reclamate l'indipendenza, o la secessione; al contrario, esigete che il Chiapas sia mantenuto integro nel seno dello Stato messicano. Che genere di guerriglia conduce, l'Ezln?
Benché gli indigeni siano i più dimenticati, l'Ezln ha preso le armi per reclamare democrazia, libertà e giustizia per tutti i messicani, e non solamente per gli indigeni. Noi non vogliamo l'indipendenza, noi vogliamo far parte del Messico, essere degli indigeni messicani. L'Ezln è organizzato come un esercito e rispetta tutte le convenzioni internazionali per essere riconosciuto come un esercito. Noi abbiamo sempre rispettato le leggi di guerra. Dichiariamo le ostilità secondo le regole, abbiamo delle uniformi, dei gradi e delle insegne riconoscibili e rispettiamo la popolazione civile e gli organismi neutrali. L'Ezln ha delle armi, una organizzazione e una disciplina militari, ma non pratica il terrorismo e non ha mai commesso attentati. L'Ezln lotta perché non sia necessario essere clandestino e armato per combattere per la giustizia, la democrazia e la libertà. Ecco perché diciamo che noi lottiamo per scomparire.

In uno dei tuoi testi avevi annunciato, anni fa, la tua intenzione di marciare su Città del Messico dove lo zapatismo, come lo conosciamo oggi, potrebbe sparire e convertirsi in un partito normale. Mantieni questo progetto?
Sì. Per trasformarci in organizzazione politica. Noi stabiliamo una differenza tra partito e organizzazione. Perché il nostro progetto politico non è prendere il potere. Non è di prendere il potere con le armi, né tanto meno per la via elettorale, né per un'altra via "golpista", ecc. Nel nostro progetto politico, noi diciamo quel che c'è da fare, che è sovvertire il rapporto di potere, tra le altre ragioni per il fatto che il centro del potere non è più negli Stati nazionali. Dunque non serve a niente conquistare il potere. Un governo può essere di sinistra, di destra, centrista e, al dunque, non potrà prendere le decisioni fondamentali. Ciò di cui si tratta, è costruire un'altra relazione politica, di andare verso una "cittadinizzazione" della politica. Alla fine, quelli che danno un senso a questa nazione siamo noi, i cittadini, non lo Stato. Noi faremo una politica senza passamontagna, ma con le stesse idee.

Dopo l'arrivo della marcia a Città del Messico, domenica 11 marzo, Marcos scomparirà?
Quel che cambierà, una volta firmata la pace, è che un'organizzazione politico-militare, com'è l'Ezln, smetterà di esserlo. Questa organizzazione cesserà di avere i rapporti di comando che esistono in una struttura politico-militare. E, fondamentalmente, la figura di Marcos si è costruita attorno a questo movimento. Quando Marcos parla, è un movimento, un collettivo a parlare. Ed è quel che dà la forza e l'interesse a quel che Marcos dice. Che questo movimento si trasformi e, cessando di essere un esercito, divenga una forza politica è quel che farà sì che nulla sia più uguale. E' probabile che si scoprirà allora che la qualità letteraria dei testi del subcomandante non era così buona come si pensava. Che le sue analisi critiche o da scienziato sociale non erano così giuste, ecc. Dal momento in cui sparirà, la figura di Marcos, con tutto ciò che la circonda, sarà smitizzata. Questo non significa che Marcos smetterà di lottare, che Marcos si dedicherà alla coltivazione dei legumi o a qualcos'altro. Però tutto quel che ha reso possibile Marcos, l'Ezln, sarà radicalmente midificato.

Traduzione dell'articolo di Alain Touraine, La Jornada 9 marzo 2001

L'incontro zapatista con la nazione.

Quando è cambiata la politica del governo messicano, esisteva un rischio reale di dissoluzione del movimento zapatista. Oggi, l'eco riscontrato dalla marcia verso Città del Messico e, diciamolo chiaramente, l'impegno personale del presidente Fox, rendono poco probabile tal epilogo. I zapatisti si sono guadagnati il rispetto e l'ammirazione di tanti: il loro movimento è il più importante del continente americano. Ma soprattutto, questo movimento di difesa dei popoli indigeni ha saputo trasformarsi in un'ampia azione per allargare la democrazia in Messico, che va molto al di là del riconoscimento dei diritti indigeni, liberandosene di quel falso meticciato che è servito solo a privare gli indigeni di ogni riconoscimento della loro identità culturale e dei loro diritti materiali.

Ovviamente i zapatisti lavorano per dare a tutti gli indigeni un'espressione collettiva. Ma il loro ruolo può e deve essere più ampio. In Messico più della metà della popolazione è fuori gioco, della politica, dell'economia e della cultura. E gli indigeni, che rappresentano intorno al 10 per cento della popolazione, sono una minoranza tra gli esclusi e gli emarginati.

Come può il Messico, dopo la caduta del Pri, creare un sistema politico se la metà della popolazione continua ad esserne fuori? Questo è, a mio avviso, il senso della situazione attuale, e specialmente della complementarietà esistente tra gli obiettivi zapatisti e quelli del presidente. Lui cerca di allargare il sistema politico, e sembra essere deciso a farlo prescindendo di una campagna populista. Da parte loro, i zapatisti, che si suiciderebbero politicamente se entrassero in un partito politico, possono trasformarsi in un movimento il cui obiettivo sia l'integrazione degli esclusi nella vita nazionale.

Questa doppia iniziativa è talmente originale che trova reticenze e opposizioni. Quella del presidente Fox può scontrarsi con importanti politici, con partiti - incluso il suo - disorientati, e con il rifiuto della classe media verso le categorie più svantaggiate. I zapatisti hanno come principale ostacolo quello di superare l'arcaismo di una sinistra - per fortuna, principalmente straniera - che cerca di rivivere l'epopea del Che, mentre non c'è niente di più lontano dalle passate guerriglie che la politica di Marcos, e che non distingue tra l'ampliamento della democrazia messicana e la difesa della popolazione del Chiapas.

Le giornate che stiamo vivendo dall'inizio della marcia zapatista sono decisive. O questa marcia finisce con la dissoluzione del movimento zapatista, o, per il contrario, questo trova nuovi obiettivi, molto più ampi, direttamente democratici e che conteranno con l'appoggio di tutti quelli che vogliono costruire un vero sistema politico in Messico.

Quello che sta succedendo in questi momenti oltrepassa ogni previsione. Nessuno immaginava che il movimento zapatista potesse trovare così rapidamente un appoggio popolare di tale entità, e neanche che il presidente Fox si sarebbe impegnato in maniera così decisa.

Il Messico conta oggi con una possibilità che fino ad ieri non aveva: trasformare la propria vita politica, e in primo luogo, la propria concezione di nazione e di democrazia. Sarà riconosciuto mondialmente come un grande paese solo se riesce a realizzare questo cambiamento. I zapatisti sono stati, sono e saranno uno degli agenti principali di questa trasformazione. E il popolo messicano, nel riceverli e accompagnarli, ha dimostrato la sua capacità di riuscire ad avviare progressi decisivi per il paese.

Traduzione dell'articolo di Alain Touraine, La Jornada 9 marzo 2001

L'incontro zapatista con la nazione.

Quando è cambiata la politica del governo messicano, esisteva un rischio reale di dissoluzione del movimento zapatista. Oggi, l'eco riscontrato dalla marcia verso Città del Messico e, diciamolo chiaramente, l'impegno personale del presidente Fox, rendono poco probabile tal epilogo. I zapatisti si sono guadagnati il rispetto e l'ammirazione di tanti: il loro movimento è il più importante del continente americano. Ma soprattutto, questo movimento di difesa dei popoli indigeni ha saputo trasformarsi in un'ampia azione per allargare la democrazia in Messico, che va molto al di là del riconoscimento dei diritti indigeni, liberandosene di quel falso meticciato che è servito solo a privare gli indigeni di ogni riconoscimento della loro identità culturale e dei loro diritti materiali.

Ovviamente i zapatisti lavorano per dare a tutti gli indigeni un'espressione collettiva. Ma il loro ruolo può e deve essere più ampio. In Messico più della metà della popolazione è fuori gioco, della politica, dell'economia e della cultura. E gli indigeni, che rappresentano intorno al 10 per cento della popolazione, sono una minoranza tra gli esclusi e gli emarginati.

Come può il Messico, dopo la caduta del Pri, creare un sistema politico se la metà della popolazione continua ad esserne fuori? Questo è, a mio avviso, il senso della situazione attuale, e specialmente della complementarietà esistente tra gli obiettivi zapatisti e quelli del presidente. Lui cerca di allargare il sistema politico, e sembra essere deciso a farlo prescindendo di una campagna populista. Da parte loro, i zapatisti, che si suiciderebbero politicamente se entrassero in un partito politico, possono trasformarsi in un movimento il cui obiettivo sia l'integrazione degli esclusi nella vita nazionale.

Questa doppia iniziativa è talmente originale che trova reticenze e opposizioni. Quella del presidente Fox può scontrarsi con importanti politici, con partiti - incluso il suo - disorientati, e con il rifiuto della classe media verso le categorie più svantaggiate. I zapatisti hanno come principale ostacolo quello di superare l'arcaismo di una sinistra - per fortuna, principalmente straniera - che cerca di rivivere l'epopea del Che, mentre non c'è niente di più lontano dalle passate guerriglie che la politica di Marcos, e che non distingue tra l'ampliamento della democrazia messicana e la difesa della popolazione del Chiapas.

Le giornate che stiamo vivendo dall'inizio della marcia zapatista sono decisive. O questa marcia finisce con la dissoluzione del movimento zapatista, o, per il contrario, questo trova nuovi obiettivi, molto più ampi, direttamente democratici e che conteranno con l'appoggio di tutti quelli che vogliono costruire un vero sistema politico in Messico.

Quello che sta succedendo in questi momenti oltrepassa ogni previsione. Nessuno immaginava che il movimento zapatista potesse trovare così rapidamente un appoggio popolare di tale entità, e neanche che il presidente Fox si sarebbe impegnato in maniera così decisa.

Il Messico conta oggi con una possibilità che fino ad ieri non aveva: trasformare la propria vita politica, e in primo luogo, la propria concezione di nazione e di democrazia. Sarà riconosciuto mondialmente come un grande paese solo se riesce a realizzare questo cambiamento. I zapatisti sono stati, sono e saranno uno degli agenti principali di questa trasformazione. E il popolo messicano, nel riceverli e accompagnarli, ha dimostrato la sua capacità di riuscire ad avviare progressi decisivi per il paese.


In Rete:
Il Vaticano va alla guerra sulle montagne del Chiapas


print